Articoli e lavori dei Soci


Questa pagina intende raccogliere gli articoli e i lavori pubblicati dai Soci del CRP, di particolare rilievo nell'ambito della psicologia e della psicoterapia cognitivo-comportamentale, della psicologia preventivo promozionale e di intervento psicosociale. Chi voglia fare segnalazioni a riguardo può scrivere alla segreteria del CRP; gli articoli e i relativi link saranno inseriti in questa pagina.



Vito Manduano (2016)

I pianeti del Fanfulla. I suoni in contatto con le emozioni

Programma psico-educazionale rivolto agli utenti del servizio domiciliare del centro riabilitativo E.C.A.S.SA. Progetto realizzato dal dott. Vito Manduano con la supervisione del prof. Mario Becciu.


Il laboratorio di musicoterapia "I pianeti del Fanfulla" - i suoni in contatto con le emozioni- nasce da un ́idea maturata tra le pareti del Centro di Riabilitazione per Disabili Mentali E.C.A.S.S. (Via Bagno a Ripoli, 00146, Roma), presente da oltre trent’anni sul territorio della Magliana e il circolo di cultura A.R.C.I. Fanfulla, realtà molto attiva e conosciuta all'interno del quartiere Pigneto di Roma. Oltre agli obiettivi specifici di tipo riabilitativo in ambito cognitivo-comportamentale, il laboratorio di musicoterapia mira a favorire l’inserimento degli utenti del servizio domiciliare nel territorio. Il gruppo di ventidue pazienti che ha preso parte alla ricerca, undici per il gruppo sperimentale e undici per il gruppo campione, è composto da uomini e donne che hanno avuto una prima diagnosi di ritardo mentale lieve o medio e una seconda diagnosi di disturbo mentale in comorbilità. L’idea nasce dall’esigenza di un maggiore di inserimento degli utenti all'interno del territorio, reso non sempre facile dal rapporto a due con l’operatore di riferimento. Leggi tutto

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Giusy Nasello (2016)

Come favorire l’adattamento in un Paese straniero e multiculturale. Prevenzione del Disturbo da Stress di Adattamento


La mia esperienza di vita all’Estero mi ha permesso di sperimentare in prima persona il fenomeno dell’adattamento in un luogo straniero e in contesti multiculturali. Questo mi permette oggi di stilare una sorta di vademecum o “protocollo” per coloro che si trovano ad affrontare un trasferimento o per i professionisti che intendono “preparare” e supportare individui, gruppi o famiglie che si trovano a fare questa scelta. Oggigiorno, ci troviamo in un momento storico caratterizzato da esodi di individui, gruppi o intere famiglie in Paesi stranieri per motivi di lavoro o crescita culturale. L’individuo, pertanto, si trova nella condizione di lasciare le proprie abitudini legate allo stile di vita e adottare cambiamenti per inserirsi nel nuovo sistema culturale. Il nuovo inserimento comporta stress psico fisico che, in alcuni casi, sfocia in stress di adattamento contribuendo al malessere che può rendere ancora più difficile l’integrazione nel nuovo sistema. Leggi tutto




Lucio Sibilia (2016)

Disinformazione in psicoterapia


C'é un interessante articolo di Giovanni Maria Ruggiero su "State of Mind", il portale che si autodefinisce "Il giornale delle scienze psicologiche". L'articolo affronta, per tentare di smontarla, l'ennesima iniziativa per salvare la psicoanalisi dal declino e dall'oblio: un lavoro di un pubblicista (presunto psicologo) che parla di una "rivincita" o di una "vendetta" di Freud. L'autore del tentativo, Oliver Burkeman, ha avuto risonanza non per le sue ricerche scientifiche (inesistenti), ma perché il suo articolo é stato pubblicato su un giornale serio come il Guardian ed ha suscitato un notevole dibattito. Per non dire un polverone. L'articolo di Burkeman é intitolato "Therapy wars: the revenge of Freud", ed é basato sulle dichiarazioni di uno psicologo dell'Università del Colorado, tra più critici al mondo verso la terapia Cognitivo-comportamentale (TCC). Per consentire di comprendere i termini della disputa, ho scritto in risposta a G.M. Ruggiero l'intervento che qui riproduco:

"L'articolo di Ruggiero risulta ruotare tutto intorno a Shedler, come se fosse il campione del salvataggio di Freud a fronte dell'avanzata della terapia cognitiva. Una visione troppo semplificata. Nel far questo, sembra che la partita si giochi tutta tra due paradigmi: quello cognitivo e quello psicodinamico. Senza mostrare di chiedersi come sono state e come vengono usate queste etichette. Senza guardare il campo di gioco e osservare quali siano le sue regole. Cioé senza una buona conoscenza della metodologia scientifica, che consenta di capire e mettere in luce le debolezze di un modo di operare - clinico e di ricerca - svincolato da definizioni operative, spesso descritto con termini teorici suggestivi ma vuoti, che forniscono l'illusione di capire.

Soprattutto, senza vedere il principale limite che accomuna entrambi i contendenti (che comunque non sono gli unici nel panorama attuale): la prospettiva intrapsichica. Questa prospettiva colloca all'interno del soggetto l'origine ultima delle manifestazioni osservabili, dei comportamenti, dei problemi e dei disturbi presentati. Il contesto interpersonale e sociale vengono ignorati oppure assimilati all'orientamento teorico preferito, che - al di la delle differenze - guarda comunque alla soggettività.

Questa è anche la prospettiva di A.T. Beck, il proponente dell'etichetta "terapia cognitiva": uno psichiatra che, formatosi nell'ambiente psicoanalitico mediante il classico percorso della "terapia personale", ha rigettato in seguito molti assunti della psicoanalisi ma non questo: l'origine intrapsichica dei disturbi. Il gruppo di Beck sembra che abbia compreso questo limite, ed infatti oggi si definisce (più correttamente) "cognitivo-comportamentale". Quella di Beck é comunque una pesante eredità dei colleghi che oggi si definiscono "cognitivi", anche nostrani, molti dei quali non hanno compreso la grande lezione metodologica del comportamentismo ed il portato delle scienze del comportamento.

Non sorprende che una terapia esclusivamente "cognitiva", che sia "razionalista" o meno, abbia degli esiti non troppo diversi da una terapia cosiddetta "psicodinamica", che ha degli assunti teorici abbastanza simili (e anche delle procedure simili!). Quindi, in estrema sintesi: non ci interessa ovviamente salvare Freud (il destino del suo pensiero e dei suoi seguaci é ormai segnato), ma non ci interessa neanche salvare Beck, pur riconoscendo il suo eroico tentativo di svincolarsi e agganciarsi alla metodologia scientifica!"

Lucio Sibilia Roma, 17.3.2016



Stefania Borgo, Lucio Sibilia (2015)

La spiritualità per la pace

In: Spiritualita', benessere e pratiche meditative. Il contributo della psicoterapia, delle neuroscienze e delle tradizioni religiose

A cura di Mario Becciu., Stefania Borgo, Anna Rita Colasanti, Lucio Sibilia, Milano: Franco Angeli Ed.


Dalla fine della seconda guerra mondiale non vi sono stati fortunatamente nuovi conflitti generali, come quelli che hanno devastato il mondo nel XX secolo. Tuttavia, le guerre locali si sono susseguite in maniera ininterrotta in alcune parti del mondo, mentre in altre la “strategia della tensione”, legata ad attentati con o senza sicura attribuzione, hanno mantenuto un clima di incertezza e di paura. È stato così alimentato lo spettro di una terza guerra mondiale, stavolta combattuta con armi nucleari. La caduta del muro di Berlino ha ridisegnato la mappa dei poteri mondiali, ma è dall'11 settembre 2001 che il fenomeno bellico ha acquisito un nuovo profilo nella percezione dell'opinione pubblica: uno scontro di religioni, anzi più radicalmente, secondo molti, uno “scontro di civiltà”. Leggi tutto



Monica Napoleone (2015)

Cancro adolescenti e giovani adulti

La gestione adeguata del cancro negli adolescenti e giovani adulti, negli ultimi anni è stato oggetto di un acceso dibattito da parte della comunità medica, per primi hanno sottolineato la necessità di creare degli spazi di cura adatti alle esigenze evolutive tipiche di questa età. Una sfida importante che aprirà la strada anche ad una nuova comprensione degli aspetti biologici, clinici e psicosociali del problema.

ADOLESCENT AND YOUNG ADULT (AYA) ONCOLOGY

Le ricerche nelle patologie oncologiche, da un punto di vista quantitativo, si sono concentrate, fino ad ora, soprattutto sulla popolazione anziana, questo perché, i tumori insieme alle malattie dell’apparato cardio-circolatorio, costituiscono una delle principali cause di decesso.

Anche i soggetti in età infantile sono stati ampiamente studiati, per due motivi: primo l’elevato impatto sociale, secondo per la specificità delle neoplasie in questa fase.

La fascia di età dell’adolescenza è stata al contrario trascurata, in quanto c’è la convinzione che a questa età la salute è dominante, portando così a porre l’accento sugli aspetti legati al disagio giovanile come AIDS, incidenti stradali, abuso di sostanze ecc…, in tal senso anche i progetti di promozione alla salute si orientano in prevalenza in questa direzione.

Da uno studio condotto dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), Istituto superiore di sanità (ISS) e l’Associazione per la lotta ai tumori nell’età giovanile-(ALTEG) pubblicato nell’articolo: “I tumori negli adolescenti e nei giovani adulti dati epidemiologici recenti come base per le prospettive future” è emerso che ogni anno in Italia, circa 11.000 persone tra i 15 e i 39 anni, si ammalano di tumore, la frequenza con cui insorge la malattia negli uomini in Italia è abbastanza simile a quella europea e statunitense, nelle donne il quadro è leggermente svantaggiato se confrontato con i dati europei ma migliore rispetto a quello degli Usa dove si registrano 64 casi ogni 100.000 contro i 52 in Italia. In riferimento alla mortalità, per ambo i sessi, la situazione Italiana appare simile a quella europea e statunitense.

Il tasso di incidenza più elevato si osserva in corrispondenza del tumore della mammella femminile (24,3) e del testicolo (10,2); seguono il melanoma, i linfomi (sia Hodgkin che non-Hodgkin), i tumori della cervice uterina, dell’ovaio, le leucemie, i tumori del colon-retto e dell’encefalo.

Trascurare questa fascia di età ha comportato conseguenze importanti, portando ad una scarsa conoscenza dei fattori di rischio associati alle neoplasie negli adolescenti e poca attenzione sull’impatto psicologico e sociale che la malattia può avere nel processo di crescita.

Gli anglosassoni dicono che i ragazzi che si ammalano di tumore entrano in una “no man’s land”, dalla quale escono meno bene rispetto agli adulti o ai bambini. Dato importante e sottolineato anche dall’Associazione italiana di Ematologia ed Oncologia Pediatrica (AIEOP), quest’aspetto ha permesso di rivedere e ripensare, oltre agli spazi di cura anche un nuovo approccio al problema, come hanno evidenziato molto oncologi, la sfida è proprio quella di pensare a una nuova disciplina, come viene chiamata dagli anglosassoni “Adolescent and young adult (AYA) oncology” aprendo la strada verso una nuova comprensione anche degli aspetti biologici, clinici e psico-sociali

Le conseguenze di queste riflessioni, da parte degli oncologi hanno stimolato l’organizzazione degli spazi di cura, ora si presta attenzione alle esigenze degli adolescenti (In Italia, il primo è stato il Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano, ospedale in genere dedicato all’oncologia dell’adulto, con l’Area Giovani, attivata nel 2007 come progetto dedicato ai pazienti di 14-24 anni ).

Questa attenzione, a mio avviso,deve portarci a riflettere anche sul sostegno psicologico,su quali attenzioni e finalità debba avere un intervento, e cominciare anche a pensare ad una formazione specifica per gli operatori. Il paziente impara a riconoscere le proprie paure a dare voce al dolore se all’interno della relazione terapeutica trova la giusta accoglienza e la giusta forza, solo la valorizzazione di tutte le risorse disponibili nell’adolescente gli potranno permettere di riprendersi la vita e non perdersi questa importante fase dello sviluppo e soprattutto anche pensare di arricchire delle ricerche sulle conseguenze psicosociali che la malattia potrà avere nella vita futura.

Tutti siamo un po’ speciali ma quando la vita ci pone delle sfide importanti chiunque si trovi ad affrontarle lo è un po’ di più.

Dott.ssa Monica Napoleone
Email: monica_napoleone@libero.it

RIFERIMENTI:
ALTEG: Associazione per la lotta ai tumori nell’età Giovanile.
ISS: Istituto superiore di sanità
ISTAT: Istituto Nazionale di Statistica.

LINK:
www.aieop.org
www.istitutotumori.mi.it
www.registritumori.it
www.siop.nl
www.livestrong.org
www.teenagecancertrust.org



Lucio Sibilia (2015)

Aggressività giovanile e violenza nei videogiochi e film


C’è ancora qualcuno che si interroga sul rapporto tra violenza nei media e aggressività e violenza giovanile. Di recente, la potente American Psychological Association (APA) ha promosso nel 2013 una nuova rianalisi delle ricerche sull’argomento, che si tradurrà in un documento atteso quest’anno.

Insinuare dei dubbi sul rapporto tra esposizione mediatica alla violenza ed aggressività nei giovani è molto sospetto. Dai risultati delle più recenti e complete rassegne e metanalisi di letteratura si conclude che ogni dubbio è stato fugato circa il rapporto tra violenza nei media (videogiochi compresi) e aggressività giovanile. Come afferma Craig A. Anderson: “exposure to violent video games is a causal risk factor for increased aggressive behavior, aggressive cognition, and aggressive affect and for decreased empathy and prosocial behavior.” L’esposizione attiva e passiva di soggetti in età evolutiva a comportamenti violenti mediata da schermi (video, TV, playstation, etc.) provoca un aumento dell’aggressività a breve termine, dell’accettazione della violenza a breve e a lungo termine, una riduzione delle capacità empatiche, ed un aumento del rischio di atti violenti ed aggressivi nelle età successive, compresi bullismo e cyberbullismo.

Per molti autori questo risultato è sufficiente per mettere una pietra tombale sui dubbi circa il rapporto tra esposizione ad atti violenza ed aggressività, come d’altra parte già previsto nelle teorie social-learning (vedi: Huesmann L. R. (2010) Nailing the Coffin Shut on Doubts That Violent Video Games Stimulate Aggression: Comment on Anderson et al. Psychological Bulletin, Vol. 136, (2):179 –181).

Anche le Associazioni dei pediatri universitari americani (PAS, Pediatric Academic Societies), riunitesi il 7 maggio di quest’anno a Vancouver, hanno concluso sull’argomento che: ‘violenza chiama violenza, anche quando all’aggressività si assiste attraverso lo schermo in un cinema, della tv o di un videogioco”.

Ovviamente, ci sono molte variabili moderanti nel senso di ridurre o amplificare questo rapporto, ma una lettura attenta e non ideologica dei risultati sperimentali porta ad una conclusione inequivoca: videogiochi e film violenti aumentano l’aggressività e la violenza nei ragazzi, con effetti anche a distanza di tempo. Basti leggere: Anderson C. et al. (2010) Violent Video Game Effects on Aggression, Empathy, and Prosocial Behavior in Eastern and Western Countries: A Meta-Analytic Review. Psychological Bulletin, Vol. 136, No. 2, 179 –181.

Anche in una nostra ricerca su alunni delle scuole di Roma (Studio “RAVAS”, di L. Sibilia e E. De Leonardis), di prossima pubblicazione, il rapporto è evidente ed è in linea con il modello teorico cognitivo-comportamentale: il comportamento violento è appreso, spesso precocemente nella vita del bambino, osservando le persone intorno ed osservando i personaggi nei film, videogiochi e TV. Inoltre, i media violenti e le esperienze di violenza agita virtualmente nei videogiochi aumentano i comportamenti spregevoli e possono provocare paura, sfiducia e incubi paurosi.

Come nel caso del fumo di tabacco, purtroppo, ci sono giganteschi interessi economici che tentano di nascondere questi effetti nocivi (il mercato dei videogiochi è miliardario); e di solito lo fanno insinuando nuovi dubbi. Non solo da parte dell’industria, ma anche di alcuni “esperti”, difensori dell’ipotesi della “necessità” dello sfogo ovvero dei benefici della “catarsi”, ipotesi che nasce dall’idea che tali comportamenti siano prodotti da una incontenibile quanto misteriosa energia interna.

Invece, il vero quesito che più conta a questo punto – a mio avviso – è il seguente: come ridurre l’esposizione dei giovani a contenuti violenti nei film e nei videogiochi ed impedire le esperienze positive di violenza virtuale nei videogiochi? Quali provvedimenti, politiche e normative possono aiutare a questo scopo?

Lucio Sibilia



Lucio Sibilia (2015)

La felicità umana



Il miglior discorso che abbia mai letto sulla felicità umana non è di uno psicologo, di uno psichiatra o di un romanziere, ma del Presidente dell’Uruguay: Josè Mujica. E’ il discorso che pronunciò l’anno scorso al Summit del G20, tenutosi a Rio de Janeiro. Mujica.
Curiosamente, sembra non aver trovato risonanza nei media: a malapena si riesce a trovare in rete una completa e decente traduzione inglese!
Eccolo in italiano:

“Un grazie particolare al popolo del Brasile, ed alla sua Signora Presidentessa, Dilma Rousseff. Grazie anche alla sincerità con la quale, sicuramente, si sono espressi tutti gli oratori che mi hanno preceduto. Come governanti, tutti manifestiamo la profonda volontà di favorire gli accordi che questa nostra povera umanità sia capace di sottoscrivere. Permettetemi, però, di pormi alcune domande a voce alta.

Per tutto il giorno si è parlato di sviluppo sostenibile e di affrancare, dalla povertà in cui vivono, immense masse di esseri umani. Ma cosa ci passa per la testa ?

Pensiamo all’attuale modello di sviluppo e di consumo delle società ricche?
Mi domando: che cosa succederebbe al nostro pianeta se anche gli indù avessero lo stesso numero di auto per famiglia che hanno i tedeschi? Quanto ossigeno ci resterebbe per respirare ?

Più chiaramente: il mondo ha le risorse materiali, oggi, per rendere possibile che 7 od 8 miliardi di persone possano sostenere lo stesso livello di consumo e di sperpero che hanno le opulente società occidentali?
Sarebbe possibile tutto ciò?
Oppure, un giorno, dovremmo affrontare tutt’altro tipo di dibattito ?

Perché siamo stati noi a creare la civiltà nella quale viviamo: figlia del mercato, figlia della competizione, che ha portato uno sviluppo materiale portentoso ed esplosivo. Ma l’economia di mercato ha creato la società di mercato che ci ha rifilata questa globalizzazione.

Stiamo governando noi la globalizzazione oppure è la globalizzazione che governa noi ? E’ possibile parlare di fratellanza e dello stare tutti insieme, in un’economia basata su una competizione così spietata ?

Fino a dove arriva veramente la nostra solidarietà ? Non dico queste cose per negare l’importanza di quest’evento, al contrario. La sfida che abbiamo davanti è di una portata colossale, e la grande crisi non è ecologica, ma è politica!

L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma sono queste forze che governano l’uomo … ed anche la nostra vita! Perché noi non siamo nati solo per svilupparci. Siamo nati per essere felici. Perché la nostra vita è breve e passa in fretta. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare.

Ma se la vita ci scappa via, lavorando e lavorando per consumare di più, il vero motore del vivere è la società consumistica, perché, di fatto, se si arresta il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, spunta il fantasma del ristagno per tutti noi. E’ il consumismo che sta aggredendo il pianeta.

Per alimentare questo consumismo, si producono cose che durano poco, perché bisogna vendere tanto. Una lampadina elettrica non deve durare più di 1000 ore, però esistono lampadine che possono durare anche 100 mila o 200 mila ore! Ma questo non lo si può fare perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo sostenere la civiltà dell’usa e getta, e così restiamo imprigionati in un circolo vizioso. Questi sono i veri problemi politici che ci esortano ad incominciare a lottare per un’altra cultura.

Non si tratta di immaginare il ritorno all’uomo delle caverne, né di erigere un monumento all’arretratezza. Però non possiamo continuare, indefinitamente, a lasciarci governare dal mercato, dobbiamo cominciare ad essere noi a governare il mercato. Per questo dico, con il mio modesto pensiero, che il problema che abbiamo davanti è di carattere politico.

I vecchi pensatori, Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara, dicevano: “povero non è colui che ha poco, ma colui che necessita tanto e desidera sempre di più e di più”. Questa è una chiave di carattere culturale. Per questo saluterò di buon grado gli sforzi e gli accordi che si faranno, e come governante li sosterrò. So che alcune cose che sto dicendo, possono urtare.

Ma dobbiamo capire che la crisi dell’acqua e del clima non è la causa. La causa è il modello di civiltà che abbiamo messo in piedi. Quello che dobbiamo cambiare è il nostro modo di vivere!

Appartengo a un piccolo paese, dotato di molte risorse naturali. Nel mio paese ci sono poco più di 3 milioni di abitanti. Ma ci sono anche 13 milioni di vacche, tra le migliori al mondo, e circa 8 o 10 milioni di meravigliose pecore. Il mio paese è un esportatore di cibo, di latticini, di carne. E’ una pianura e quasi il 90% del suo territorio è sfruttabile. I miei compagni lavoratori, hanno lottato molto per ottenere le 8 ore di lavoro.
Ora hanno conseguite le 6 ore lavorative.

Ma quello che lavora 6 ore, poi cerca il secondo lavoro, per cui lavora più di prima. Perché? Ma perché deve pagare una quantità enorme di rate: la moto, l’auto, e paga una rata ed un’altra e un’altra ancora, e quando decide di riposare… è oramai un vecchio reumatico, come me, e la vita gli è volata via.

E allora uno si deve porre una domanda: è questo lo scopo della vita umana? Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Lo sviluppo deve favorire la felicità umana, l’amore per la terra, le relazioni umane, la cura dei figli, l’avere amici, l’avere il giusto, l’elementare.

Perché il tesoro più importante che abbiamo è la felicità! Quando lottiamo per migliorare l’ambiente, dobbiamo ricordare che il primo elemento dell’ambiente si chiama felicità umana!

Grazie !”

Lucio Sibilia

[Modificato, da: http://www.venceremos.it/2012/12/29/il-miglior-discorso-del-mondo-di-jose-mujica-presidente-delluruguay/]


Lucio Sibilia (2013)

Il sogno come attività programmabile


I sogni possono essere modificati dal paziente e dallo psicoterapeuta? Nuove prove in contrasto con la classica impostazione della psicoanalisi.
Il sogno sembra essere in rapporto con i processi di apprendimento.
Un articolo di Lucio Sibilia pubblicato su Psicologia Contemporanea di lug-ago 2013 (pagg. 34-39): Leggi tutto